Un tema decisamente attuale che fa molto chiaccherare. Si parla di imballaggio impilabile, intelligente, sensibile, in grado di comunicare con il frigorifero e di controllare l’integrità degli alimenti che contiene…, ma una cosa è certa, non sarà di plastica. L’allerta mari, dove galleggiano vere e proprie isole di rifiuti, ha portato la questione a livello globale. Si stima che nel 2050, nei nostri oceani, ci sarà più plastica che pesce. Positiva la sensibilizzazione a questo problema anche delle generazioni più giovani.

L’industria si sta muovendo verso un sistema più sostenibile, per esempio con la creazione di buste e altri imballaggi più semplici da riciclare o con soluzioni che mantengono i materiali non riciclabili il più a lungo possibile fuori dal flusso di rifiuti. Nel Regno Unito e in Islanda entro cinque anni gli imballaggi in plastica delle Private Label spariranno, sostituiti da vassoi e sacchetti di carta o cellulosa. Nel 2020, Ikea inizierà a eliminare dai suoi negozi e ristoranti tutti i prodotti monouso in plastica, come piatti, tazze e sacchetti per il congelatore. Tuttavia, l’opportunità reale per le marche non risiede nel vantaggio economico e logistico di un imballaggio semplificato, bensì nella creazione di una maggiore affinità relazionale con il mercato: il packaging sostenibile diventa uno strumento per dimostrare la coscienza ecologica della marca. In breve, il riciclo può diventare un elemento di coolness delle marche, entrando come ingrediente base nel processo creativo e di design. La reputation del brand – e dunque i suoi valori di consapevolezza etica e ambientale – trova nel packaging un nuovo e ulteriore elemento di leva.

Per alcune tipologie di prodotti si parla anche di “Nude packaging”. Ma ovviamente questa, seppur ipoteticamente fattibile, è una estremizzazione. Molto si comincia a vedere in tema alimentare: molti supermercati, anche in America (Whole Foods ad esempio) hanno abolito la plastica e in Nuova Zelanda è stato varato ad esempio il primo supermercato ‘nudo’ nel senso che ogni prodotto è senza imballaggio, vegetali inclusi (si può usare una sporta di corda, riciclabile ovviamente). Foodstuffs, che controlla tre catene diverse di supermercati alimentari, ha firmato la New Zealand Plastic Packaging Declaration con cui si intende eliminare entro il 2025 il packaging – gli imballaggi di plastica – da frutta e verdura oppure, ove necessario, usarlo al 100% compostabile o riciclabile. Dopo l’iniziativa “Food in the nude“, le vendite di verdure sono aumentate del 300 per cento. In Italia molti supermercati vendono prodotti così ma sono una minoranza rispetto alle scatole ad esempio di plastica dura con cui vengono vendute le insalate pronte.

Molto coinvolto nell’argomento è anche il beauty. Pensiamo alle confezioni di carta, cartone, plastica con cui vengono avvolte solitamente creme e profumi. Il brand eco – beauty Lush ad esempio sta lavorando molto nel no packaging aumentando continuamente i prodotti senza alcun involucro e optando ad esempio per saponi bagnoschiuma e shampoo 100% vegani venduti senza confezione e usabili dai consumatori riutilizzando lo stesso contenitore sempre. “Il packaging è spazzatura e per troppo tempo abbiamo dovuto soffrirne eccessivamente. Ora che i veri costi finanziari e ambientali stanno diventando evidenti, i clienti stanno sfidando produttori e rivenditori a tagliare la plastica”, ha detto il co-fondatore di Lush Mark Constantine. Il brand dal 2017 sta spingendo sul nude packaging  e nel giugno 2018 ha aperto il primo Naked Lush Shop al mondo a Milano, due piani di cosmetici non confezionati o con contenitori riutilizzabili. Davines, un marchio che è una eccellenza del made in Italy, non solo da sempre è impegnato nella biodiversità e sostenibilità (Sustaining Beauty è il suo claim), ma è stato tra i primi ad usare un packaging totalmente riciclabile usando ad esempio plastica bio-based o riciclata o carta riciclata permettendo la riduzione dell’impatto totale del prodotto attraverso abbattimento delle emissioni di gas effetto serra, energia e acqua utilizzata.

FutureBrand ha individuato quattro step per diventare brand sostenibili:

  • RACCONTARE UNA STORIA
    Come ha fatto G-Star, il brand di abbigliamento che con la sua linea Raw, toglie plastica dai mari e racconta una storia avvincente e positiva con un testimonial d’eccezione: Pharrel Williams.
  • INNOVARE, SEMPRE 
    Carlsberg è pronta ad abbandonare i cerchietti di plastica che tengono insieme le sue lattine di birra. Al loro posto, incollerà le lattine con una colla speciale, ovviamente, biocompatibile. Procter & Gamble ha siglato una partnership con Terracycle, lo specialista del riciclo statunitense, per produrre la prima bottiglia di shampoo “Head and Shoulders” con plastica oceanica.
  • IL DESIGN DEL RICICLO
    L’Oréal ha lanciato Seed Phytonutrients, una linea di prodotti di bellezza ecosostenibile. I flaconi contengono il 60% in meno di plastica rispetto agli imballaggi standard. Lo strato esterno è realizzato in carta riciclabile, compostabile e impermeabile, mentre l’interno è in plastica riciclata alimentare.
  • PARLARE
    Con il claim: “I migliori caffè del mondo, in un modo che è il migliore per il mondo”, la start-up inglese Halo produce caffè premium confezionato in capsule biodegradabili dimostrando che praticità e sostenibilità possono convivere. Le capsule fatte di bambù e pasta di carta e si dissolvono completamente in 90 giorni, senza alcun compostaggio industriale.
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